Archive for the 'sciocchezze' Category



Anagrammi del Salone del Libro

Dove il rammarico di non poterci essere fa diventare il Salone del Libro una specie di giardino dionisiaco.

E son là, nell’orto, ai bordi
onde salta Nori (è brillo) o
Eio-Bonino dà ‘l rastrello:
torno al sano bel delirio.

(ogni verso è l’anagramma di Salone del Libro a Torino)

Frase a un gabbiano svanito

Dove si dimostra come sia possibile comporre una poesia nonsense attingendo alle chiavi di ricerca che hanno portato a questo blog. Di mio c’è soltanto la punteggiatura.

Fosco Maraini, mi hai detto per davvero
«t’amo o pia formica»
a ritmo di tatatà:
è un giorno nuovo ad urlapicchio.
Limerick: piu difficile
anagrammare poeta,
acrostico della parola patata,
un limerick non conosciuto,
frase a un gabbiano svanito.

Che la paura rinova pensione, Neil! (Inferno I, 1-18)

Utilizzando l’apposito strumento di Google, come già qui, ho tradotto le prime sei terzine del primo canto dell’Inferno dall’italiano al turco, dal turco all’inglese e dall’inglese all’italiano. Il risultato è questo:

Neil mezzo del Cammin nostre vite, i nostri dèi
Uno dei miei ritrovai da selva oscura
Che la diritta metro smarrita piombo.

Ai, quanto sia difficile padrona, la qualità della Cosa dir
Forse l’estate Selvaggia Aspra selva
Che La paura rinova pensione, Neil!

Che Poco Più tant’è morte dolorosa;
Ch’in del trattar io ‘ma costretto Trovan,
crudele e inumano di una prostituta glucosio v’ho l Ch’in più richieste.

Io sono, io sono così com’i John ha visto v’intrai
Quel punto completo dei tant’era sonno
Che la via abbandonai a destra.

Ma poi Ch’in, ‘sono stato devotamente Giunto mano d’un colle,
I limiti di Dove la valle Quella
Che m’avea Paura compunto il cuore degli dei,

Guarda alto, vide al di fuori del Spall le
Gia indossare il ‘Raggi del Pianeta
Mena Che Dritto Altrui ogne percorso.

    Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
    Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
    Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
    Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
    Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
    guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Neutrino – Poesiola anagrammatica ermetica

Non eri tu,
tu, in nero.
Un intero
uno in tre,
un e trino.
Tu né orni
né urti. No,
ire tu non
nutri. E no,
non eri tu.

Traduzioni circolari

I traduttori automatici possono essere dei prodigiosi strumenti di letteratura potenziale: si ottengono risultati interessanti traducendo un testo dall’italiano in un’altra lingua qualsiasi e ritraducendo in italiano il testo così ottenuto. Risultati ancora migliori e testi più surreali si ottengono con più di un passaggio. Negli esempi che seguono (L’infinito e l’incipit dei Promessi Sposi), ho tradotto (forse esagerando) dall’italiano al russo, dal russo all’inglese, dall’inglese all’arabo, dall’arabo al francese e dal francese all’italiano.

Era ancora costoso per me questo colle da soli,
questa barriera, molti
un orizzonte, visualizzazione finale.
Ma sedetevi e pensate all’infinito
spazio per questo, e sovrumano
un profondo silenzio e la pace.
Pensavo di far finta che io sono
dove in un breve periodo
il mio cuore non è scioccato. Come il vento
voglio dire, nel furto di queste piante, che
il silenzio infinito di questo articolo
confronto VO, e mi ricordo l’eterno,
e le stagioni morte, e questo
vivere, e la voce di esso. Anche tra quelli
l’entità del naufragio dei miei pensieri:
e dolce annegare in questo mare.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

*

Questo ramo del Lago di Como, sulla strada per il pomeriggio tra due catene non interrotte di monti, tutto per il cancro al seno e frutti di bosco, a seconda della presentazione, cadde di nuovo, e disse che improvvisamente ridotto assume l’aspetto e il fiume, tra la testa su un lato opposto del fiume e il ponte di collegamento su entrambi i lati di questo, sembra che questa transizione più sensibile all’occhio, e segna il punto che termina nel lago e l’ADA, di nuovo, quindi riprendere il nome del lago, ancora una volta, permettendo all’acqua di diffondere e rilassarsi nelle baie, una cassa e di nuovo.

Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni ed a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, viene quasi a un tratto a ristringersi e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia riviera di rincontro; e il ponte che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa e l’Adda ricomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lasciano l’acqua distendersi e allentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.


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