Archive for the 'parodie' Category

Parodia montaliana: il risotto

Con questa parodia di Meriggiare pallido e assorto ho partecipato a un gioco lanciato dal blog L’officina della parola – Un libro e un blog di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi

Mescolare madido e assorto
un risotto ai sapori dell’orto,
annusare tra i porri e il radicchio
il Merlino che sfuma (no, è Verdicchio).

(Sulle crêpes già pronte con la veccia (*)
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.)

Osservare alla fine il palpitare
delle scaglie di grana a mantecare
mentre si levano (**) d’aglio gli spicchi e
si compattano i calvi chicchi.

E fondendosi l’ultima scaglia
scoprire con triste meraviglia
com’è tutta una macchia la tovaglia.
Dov’è il promesso bianco che t’abbaglia?
A seguir le réclame non ci si piglia.

(*) La Vicia sativa pare sia commestibile.
(**) qui “si levano” va inteso come “si tolgono”

Una variante dell’ ultima strofa:

E fondendosi l’ultima scaglia
scoprire con triste meraviglia
com’è tutta una macchia la tovaglia:
a volte col bucato ci si sbaglia.
Ma è in cima il cavatappi alla bottiglia.

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Una parodia leopardiana di Claudio Mercandino

A un anno dall’elezione dell’attuale Presidente della Repubblica, ho rievocato su un social network gli endecasillabi di una domenica, ai quali era seguita, grazie ai tanti commenti e interventi dei lettori, la settimana di passione endecasillaba. L’amico Claudio Mercandino ha risposto con questa bella parodia:

O grazïosa amica, io mi rammento
che, or volge l’anno, verso questo Colle
io prendea pien d’angoscia ad imprecare:
e tu poetavi allor sul Quirinale
siccome or fai, che tutto qui ricordi.
Ma nebuloso e tremulo di rabbia
che mi sorgea dal petto, alle mie luci
il tuo verso apparia, che travagliosa
politica era: ed è, né cangia stile,
or che Matteo s’impose. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio ululare. Oh come grato occorre
in lizza elettoral, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che il dispetto duri!

(il canto originale, qui)

Guido Cavalcanti, un sonetto e un limerick

Una giovane donna di Tolosa potrebbe sembrare il verso iniziale di un limerick (vedi)  – e come tale sarebbe perfetto –  e invece è il primo endecasillabo di un sonetto di Guido Cavalcanti (Rime, XXIX):

Una giovane donna di Tolosa,
bell’ e gentil, d’onesta leggiadria,
è tant’e dritta e simigliante cosa,
ne’ suoi dolci occhi, della donna mia,

che fatt’ ha dentro al cor disiderosa
l’anima, in guisa che da lui si svia
e vanne a lei; ma tant’è paurosa,
che no le dice di qual donna sia.

Quella la mira nel su’ dolce sguardo,
ne lo qual face rallegrare Amore
perché v’è dentro la sua donna dritta;

po’ torna, piena di sospir’, nel core,
ferita a morte d’un tagliente dardo
che questa donna nel partir li gitta.

Mi sono permessa (che Cavalcanti mi perdoni!) di appropriarmi di quell’incipit e di comporre un limerick che è quasi una parodia, spero non troppo irriverente, del sonetto:

Una giovane donna di Tolosa
somigliava in maniera pa – u – rosa
alla sua: Cavalcanti
dacché quella con tanti
saluti lo mollò, più non riposa.

Esercizi arbitrari di parodia #1

Molto tempo fa avevo provato il gioco di riscrivere poesie trasformandone quasi completamente il testo ma conservandone numero di versi, metrica e rime (eventualmente sostituite con assonanze).
In questo esempio, Felicità raggiunta (di Eugenio Montale, da Ossi di seppia) diventa Primavera alfin giunta:

Primavera alfin giunta, si cammina
senza maglia di lana.
Per un torpore nuovo si vacilla,
il ghiaccio che hai sul cuore già s’incrina
(ma perché non ti tocca più chi t’ama?)

Se pensi a quelle pratiche inevase,
che tristezza! Ma schiari il tuo mattino
di dolci con la crema, e di cerase.
E sulla paglia un canto di uccellino
– cui sfugge il tuo pallore – tra le case.

Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.


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