Endecasillabi dell’autunno che viene (Esercizi svolti – 11)

È fresca l’aria della sera, persi
i suoni dell’estate, quelle poche
voci rimaste sono già attutite
oltre i vetri. Smarriti anche i gabbiani
sulle spiagge ingrigite e lungo il fiume
nel giorno breve. C’è come un invito
a imbozzolarsi, come in un’attesa.

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3 Responses to “Endecasillabi dell’autunno che viene (Esercizi svolti – 11)”


  1. 1 Roberto Pinzani 28 maggio 2017 alle 15:52

    Celano rima hai dimenticato?
    Va ben l evocazione ma ti scordi
    Che endecasillabo l hanno inventato
    Perché la rima intendon anche i sordi
    Da studi fatti da noi contadini
    Che mani e piedi abbiamo sempre lordi
    Pare che i feti de bimbi piccini
    In pancia alle lor madri gestanti
    Collegan ritmo di lor cuoricini
    Al mantice e battiti sai quanti?
    Ne batte del core il campanone
    Undici sono contali son tanti
    Dentro il lavoro fatto dal polmone
    In un atto della respirazione

    Questa è la naturale potenza dell endecasillabo ,primo ritmo e cadenza naturale percepito dall’ essere umano ,ovviamente ci vole un contadinaccio
    Per farlo intendere a voi studiati datosi che:

    Chi mai porto ne morso ne cavezza
    Chi non rimase dentro quelle stalle
    A certa gente guarda con tristezza
    A scuola ne impararono di balle
    Di altrui pensiero fecero certezza
    Ma gl’ empiristi mostrano le falle
    Di nave poco ben calafatata
    Su cui naviga la gente studiata

    Ecco Alessandra prima a terzine incatenate ,ora ad ottava da Brescello
    L endecasillabo spontaneo lasciatelo a noi contadini e facchini
    Voi poeti avete sciupato troppo la naturale intrinseca istintivita’
    Voi fate il monumento a voi stessi ,noi si ragiona dell umana specie e natura
    A Firenze poi c’è ne’ rimasto ancora qualcuno .
    Ma il bello sarebbe a recitalle scegliendo tono e sillabe sulle quali appoggiarsi.
    Allora si che l efficacia sarebbe piena ,Sandra l endecasillabo è fatto pe’
    Stare nell aire non su’ fogli.

  2. 2 Claudio 29 settembre 2017 alle 17:41

    Non è il presagio esangue dell’inverno
    che gli alberi accarezza col sentore
    del gelo che verrà. Non è il livore
    di certi umidi giorni in cui il morire

    si annuncia nei colori spenti, e il bosco
    fruscia tra i piedi con suoni di bruma.
    Non è il sole che nella foschia sfuma,
    non è l’inganno delle foglie accese

    che la linfa vitale già abbandona.
    Nell’estate malata che declina
    è l’assenza a ferire, sorda spina,
    è il silenzio che l’anima imprigiona;

    è la pagina bianca nel quaderno
    chiuso sul fiore messo ad appassire,
    è il tramonto precoce, triste e fosco,
    è l’addio che funesta il nono mese:

    colui che disse “Il più crudele è aprile”
    ignorava settembre e il suo infierire.


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