Poesie col prestito #1

Un nuovo esercizio di scrittura à contrainte, un po’ à la Oplepo: data una poesia celebre, bisogna prendere la prima parola di ogni verso (si può scegliere tra sostantivo, aggettivo qualificativo e avverbio) e utilizzarla nel verso corrispondente del proprio componimento. Per cominciare, ho scelto le prime quattro terzine del primo canto dell’Inferno.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

E questo è il risultato:

Da una finestra di casa nostra
sembra a volte di scorgere una selva
fitta poco oltre la via
e quando l’ombra arriva a questa dura
barriera di felicità selvaggia
ci viene a visitare la paura (*)
un’inquietudine amara.
Guardo il bene che è dentro
e chiudo, metto al riparo cose
chiudo bene
neanche al sonno consento
di trascinarmi per un’altra via.

(*) Grazie alla segnalazione del gentilissimo lettore Luigi Capasso, mi sono accorta di aver trasgredito alla regola che io stessa mi ero data, prendendo in prestito – per questo verso – non il primo dei sostantivi (pensier) ma il secondo (paura). Luigi aveva inteso che si dovesse prendere una sola parola di ogni verso e non la prima, ma in questo modo per me la contrainte sarebbe troppo debole, troppo poco restrittiva. Quindi, la regola rimane quella della prima parola, e questo verso può essere considerato, a scelta, errore o licenza poetica.

3 Responses to “Poesie col prestito #1”


  1. 1 Luigi Capasso 23 ottobre 2014 alle 14:23

    Ci provo anch’io con la bella poesia di Eugenio Montale

    Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
    arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
    il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
    di me, con un terrore di ubriaco.

    Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
    alberi case colli per l’inganno consueto.
    Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
    tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

    Forse per via
    di una specie di miracolo
    nulla più mi sorprende
    o suscita terrore.

    È come se all’improvviso
    tutto mi fosse consueto
    anche il troppo indecifrabile
    degli uomini e del mondo.

    Saluti
    Luigi

  2. 3 Raul Bucciarelli 15 novembre 2014 alle 14:48

    L’ha ribloggato su daisuzoku.


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