Archivio per settembre 2014

Anagrammi ungarettiani

Ho anagrammato due celebri poesie di Giuseppe Ungaretti. Spero che il risultato non sia troppo irriverente.

1.
Luminol,
dimmi:
son me?

M’illumino
d’immenso

2.
Gelo, bagni
uomini soli.
Scalda
future stele.

Sole mogio
balugina
stella furente
seduci.

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

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Di versi diversi

A parte “la mente mente”, sono tutte sciarade

Paro le parole
con sunti consunti.
Son ore sonore
rischiarate. Rischi a rate
per le perle
diamanti di amanti
e rose erose.

La mente mente.
Rimedio: rime (dio!),
rime. Stare,
rimestare.

Sciara autunnale

La soluzione è in fondo, come al solito.

(Per sapere cosa sono le sciare, leggere qui)

…oppure a Roma
un nomade asiatico
che guarda le foglie cadere

.
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.
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aut, unno, autunno

Sciare amorose

Le soluzioni, come sempre, sono in fondo.

(Per sapere cosa sono le sciare, leggere qui)

1. Mi hai presa con un’esca
e sei diventato il signore
dei sentimenti:

2. una lettera, la prima,
e sapore di rossi frutti
della passione.

3. Con un’esca
e poi un suono, uno solo.
Ti dicono cieco

4. ma, al contrario
del tempo che passa,
ti dicono eterno.

.
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.
.
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.
.

1. amo, re, amore
2. a, more, amore
3. amo, re, amore
4. am, ore, amore

Sonetto archiviato nella categoria “sciocchezze”

In una conversazione su Facebook, un paio di giorni fa, notavo come fioccassero i “mi piace” alla notizia che, dopo aver pensato di scrivere un sonetto, avevo invece deciso di fare una focaccia. Il sospetto che i miei amici, con il loro apprezzamento, volessero festeggiare uno scampato pericolo, mi ha indotta ad infliggere loro questo sonetto. (Sui social network, a volte, ci si diverte molto.)

Oggi volevo scrivere un sonetto
ispirata non so da quale musa,
come per abbellire di un balletto
di rime una giornata assai confusa,

ma poi: due etti e mezzo di farina
manitoba e altrettanta doppio zero,
più acqua, sale, lievito, e in cucina
poco lavoro (non mi è parso vero).

Impasto a lievitare per tre ore,
poi nella teglia (olio sotto e sopra)
un ultimo riposo e col calore
del forno, infine, si è compiuta l’opra.

Ma come fu che quell’ispirazione,
quell’afflato confuso e indistinto
che – oserei dir – mi si leggeva in faccia

trasmutò in gastronomica pulsione?
Io non lo so, so solo che d’istinto
deragliai: dalle rime alla focaccia.


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