Pasta madre, ovvero: Questo non è un gioco di parole

Una ragazza di 17 anni subì un grave lutto: sua madre morì, giovane, per una malattia che l’aveva colpita 6 anni prima. La ragazza aveva da poco tempo un’amica, di qualche anno più grande di lei, la cui madre faceva il pane in casa, ma non come si fa oggi con le impastatrici e i fornetti appositi: lo faceva di notte, impastando a mano e usando la pasta madre (che al paese si chiamava crescente), lo lasciava lievitare e il giorno dopo, per cuocerlo, lo portava al forno del paese, mettendo le pagnotte su una tavola di legno e la tavola di legno sulla testa. Alla ragazza di 17 anni piaceva quel pane che a casa sua non si faceva, le piaceva il profumo, che era anche il ricordo di sua nonna e di case e di donne di un altro tempo.
Al funerale c’era anche l’amica, un po’ in disparte. C’erano tanti amici. La mattina successiva, l’amica andò a trovare la ragazza di 17 anni, portando con sé una pagnotta sfornata da poco, il cui profumo leggero riempì la casa vuota.
Quelle due donne continuano a vedersi quando possono, non si sentono molto spesso, forse non la pensano allo stesso modo su tante cose, ma quel pane le ha legate per sempre.

La foto l’ho presa in prestito dal blog http://www.terraemadre.com

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