Mia nonna, quando rideva e quando piangeva, non riusciva a smettere

Mia nonna, quando rideva e quando piangeva, non riusciva a smettere. Soprattutto noi bambini, perciò, facevamo di tutto per farla ridere e poi stavamo lì a ridere anche noi, in un reciproco contagio che andava avanti all’infinito, con lei che sussultava sulla sua sedia – una sedia larga con i braccioli, dove l’abbiamo sempre vista seduta nei suoi ultimi anni di vita, quando non riusciva quasi più a camminare – stringendo gli occhi, il viso contratto in quella risata e contornato da un fazzoletto scuro annodato alla nuca (mai l’abbiamo vista con la testa scoperta, e mi viene da ridere se penso a quante parole si siano già sprecate a proposito dei veli delle donne islamiche, nel più totale oblio di nostre usanze anche abbastanza recenti). Non si trattava mai di una risata sguaiata – mia nonna era una donna riservata – e forse era proprio il tentativo di trattenerla che la rendeva inarrestabile.
Una volta che mia nonna non riusciva a smettere di piangere è stato quando il più giovane dei suoi figli, già da anni emigrato negli Stati Uniti, è ripartito dopo essere tornato in Italia, con la moglie e le due piccole figlie, per un breve periodo di vacanza. Credo abbia pianto per giorni.
Un’altra volta che non riusciva a smettere di piangere è stato quando mia madre è andata a salutarla prima di partire per un viaggio verso una città lontana, dove andava per provare a curare la sua malattia in un ospedale.
Una volta che mia nonna non riusciva a smettere di ridere, invece, è stato quando io, molto piccola, le ho chiesto di fare una cosa per me. Lei e mio nonno, che erano sarti, mi insegnavano a fare piccole cuciture con la macchina Singer, a fare imbastiture, a raccogliere con una calamita aghi e spilli caduti sul pavimento e a fare i bottoni con un apposito torchio: si ritagliava un pezzetto di stoffa circolare e lo si infilava in una matrice (un cilindro di ottone), vi si sovrapponeva un’anima di alluminio, si ripiegava la stoffa verso il centro dell’anima e si copriva con il secondo pezzo del bottone, quello posteriore con il buco in cui deve passare il filo. Poi si chiudeva la matrice, sovrapponendo al primo un secondo cilindro di ottone, una specie di pistone, e si pressava facendo ruotare la leva del torchio che azionava la pressa con una grossa vite senza fine. Alla fine si riapriva la matrice e ne veniva fuori il bottone finito, cosa che per me aveva, ogni volta, del miracoloso. Imparai pure che qualcosa si crea ma sicuramente nulla si distrugge e tutto si trasforma: che i cappotti, ad esempio, rivoltati e rifoderati tornavano come nuovi, o che dai campioni di tessuto, piccoli rettangoli incollati sulle pagine del campionario (che sfogliavo ogni volta con grandissimo interesse, neanche fosse un album di fotografie), staccati da quell’album – quando era ormai fuori moda – e cuciti l’uno all’altro, si poteva ricavare una coperta. Imparai, infine, il linguaggio che si usava nella sartoria, fatto quasi esclusivamente di termini dialettali o comunque gergali, e appresi che una cucitura a macchina semplice e in linea retta, loro la chiamavano bacchetta. Mia nonna usava dei grembiuli cuciti da lei (come era cucita da lei o da mio nonno qualsiasi cosa fatta di stoffa che si trovasse in casa, dalle coperte ai cappelli, passando per certe coperture anti-polvere di tessuto leggero per il televisore e per la grossa radio). Questi grembiuli erano del tipo a mantesino e avevano una larga tasca centrale divisa in due scomparti da una cucitura. Non ricordo cosa tenesse in quei due scomparti, non so se la tasca fosse fatta in quel modo per qualche ragione particolare o solo perché a lei piaceva così, ma non ne vedevo indossati da altre donne grembiuli con quella tasca doppia e ne ero, chissà perché, affascinata. Un giorno – avrò avuto 4 o 5 anni – le chiesi se poteva cucire anche per me un grembiule come quello suo, quello con la tasca con la bacchetta al centro. Dissi proprio così e lei cominciò a ridere, a ridere senza potersi fermare. Benché contagiata, io quella risata non la capii del tutto, ma a mio modo percepii che fosse dovuta a un misto di tenerezza, di orgoglio per la nipote che aveva usato il linguaggio della nonna, di sorpresa per aver sentito pronunciare, dalla voce di una bambina così piccola, un termine così specialistico. E a lungo, anche dopo che il piccolo grembiule mi fu confezionato – bianco, con una rouche sia sui tre lati che intorno alla tasca divisa in due dalla bacchetta – il racconto di quella mia richiesta fu ripetuto da mia nonna più volte, e ogni volta scatenando un’ilarità che niente riusciva a fermare.

Luoghi a(nagram)mati: a Capo Sounion

http://www.athensattica.gr/it/you-are-here-3/what-to-see/neighborhoods/item/9440-cape-sounion

L’immagine viene da qui

Quell’anno fu veramente cupo – come l’anagramma ha puntualmente svelato – ma rischiarato da un viaggio in Grecia (viaggio di istruzione, come si direbbe oggi – gita scolastica, come dicevamo allora), il cui ricordo più intenso è legato a Capo Sounion, il promontorio all’estremità meridionale dell’Attica dal quale si tuffò, per annegare, Egeo. Suo figlio Teseo, partito per Creta, gli aveva promesso che, se avesse sconfitto il Minotauro, al suo ritorno verso Atene avrebbe issato vele bianche, ma se ne dimenticò: Egeo, scrutando il mare da Capo Sounion, vide avvicinarsi vele nere e, convinto che Teseo fosse morto, si uccise annegando nel mare che avrebbe preso il suo nome.
Nel mio ricordo, dei resti dei templi dedicati a Poseidone e ad Atena c’era solo una colonna bianchissima contro l’azzurro di cielo e mare nella primavera inoltrata. Una sola colonna o forse due, ma sicuramente quella sulla quale è incisa la firma di Lord Byron (che fosse autentica non ci ho creduto nemmeno allora). L’incanto del momento mi fa ricordare quella colonna come se fosse stata ionica, elegantissima e snella, e non dorica come, invece, è. Ricordo Capo Sounion come un’oasi, come un respiro di bellezza in un tempo vissuto in apnea.

A Capo Sounion
posano nuca, io
poso una icona.
Apnoica, oso un
suono, opaca in
anno cupo. Oasi.

(ogni verso è l’anagramma di a Capo Sounion)

Endecasillabi dell’autunno che viene (Esercizi svolti – 11)

È fresca l’aria della sera, persi
i suoni dell’estate, quelle poche
voci rimaste sono già attutite
oltre i vetri. Smarriti anche i gabbiani
sulle spiagge ingrigite e lungo il fiume
nel giorno breve. C’è come un invito
a imbozzolarsi, come in un’attesa.

Endecasillabi del giglio di mare (Esercizi svolti – 10)

Giglio di mare (Pancratium maritimum)

Giglio di mare (Pancratium maritimum)

Era isolato sulla duna nuda
ho immaginato le radici arse
sotto la sabbia per cercare il sale
di gocce d’acqua, dell’acqua profonda
o chissà quale altro minerale
altri gigli più in là stavano insieme
ma è stato lui a fermarmi, fermo e solo
nel sole nella luce più abbagliante
della più calda ora, un po’ appassito
e curvo ma ancorato saldamente
e misteriosamente a quei granelli
minuscoli e malfermi e senza peso:
più bellezza che vita, più bellezza
che sopravvivenza.

Endecasillabi delle lucciole (Esercizi svolti – 9)

Sono tornate – dicono – le lucciole
ma non ne ho viste più da quella volta
quando festeggiavamo il nuovo amico
fuggito da una guerra fino a noi.
Si accesero sorrisi, occhi e stupori
– i suoi occhi già lucidi di febbre –
la notte sembrò piena di promesse
di piccole promesse luminose
per l’amico fuggito dalla guerra
e condannato da un altro destino.
Lo salutammo poco tempo dopo
lui nella nostra lingua ancora incerta
e una piccola luce nei begli occhi.

Endecasillabi della bellezza (Esercizi svolti – 8)

antinoo

Arriva il tempo in cui sono un riparo
il profilo di Antinoo di marmo
il ninfeo blu della villa di Livia
o la madre nella fuga in Egitto
e non sai quella grazia che rincorri
quella grazia non sai quella bellezza
se è quella che ha smarrito questo mondo
o è di quel ninnolo di porcellana
sul comò di tua madre
statuina dalla pelle trasparente
mani più piccole dei polpastrelli
di bambina con cui le sfioravi
senza sapere.

La foto viene da qui

Endecasillabi della leggerezza (Esercizi svolti – 7)

Andiamocene in giro per le strade
portami nelle piazze ai tavolini
leggeri traballanti sul selciato
scambiamoci i bicchieri ed i pensieri
voglio stordirmi persa nel profumo
di glicine e di rose rampicanti
(vorrei arrampicarmi anch’io su un muro
e conquistare appigli e non sentire
la fatica né i graffi sulle mani)
e fare come il giorno che finisce
e poi ritorna chiaro e indifferente
e fare come l’alba che sorprende
chi crede di morire finché è buio.

Endecasillabi del ritorno (Esercizi svolti – 6)

Accade che il numero 6 degli Esercizi svolti abbia la data del 06-06-2016, e anche stavolta senza che io lo avessi deciso.

Il luogo in cui si è nati e si è cresciuti
è un delirio di miti e di memoria.
Il mio è aria e pietra, erba e cielo
e pane e odori densi nel ricordo,
la sedia sulla strada e accanto il cane,
i vasi con le rose ed il basilico
– e le brutture cui concede il tempo
la più indulgente delle assoluzioni –
ma è soprattutto braccia che ti accolgono,
è corpi, occhi sul ciglio del rimprovero.
E ogni sguardo perduto ed ogni abbraccio
che sai di non poter più ritrovare
è una zolla di terra che si sgretola
sotto i tuoi passi incerti nel ritorno.

Sonetto dei desideri (Esercizi svolti – 5)

Oggi questo blog compie 5 anni e, senza averlo deciso, mi ritrovo a festeggiarlo con il numero 5 degli Esercizi svolti. Grazie, come sempre, ai lettori abituali e ai lettori occasionali, ai commentatori, agli iscritti, agli incoraggiatori, agli spingitori.

Vorrei, io vorrei tanto esser capace
di iniziare un sonetto con “Vorrei”
e dire ciò di cui mi pentirei
e dire ciò che mi darebbe pace.

Vorrei saper trovare le parole
per dire esattamente il desiderio,
parole giuste come un improperio,
precise, vere, chiare come al sole

e invece mi gingillo e poi cincischio,
e giro a vuoto come non dovrei
ma a cercarle davvero non m’arrischio

quelle parole, quelle che direi,
e il vero, il falso, il riso e il serio* mischio
per scrivere un sonetto con “Vorrei”.

* il riso e il serio vengono da un anagramma di Stefano Bartezzaghi (riso è serio), che amo molto


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