La scatola dei bottoni – Cronaca di un sonetto

Un mio sonetto, scritto per il gioco poetico Le cose che ci sono in casa che va avanti su vibrisse, era nato come componimento più lungo, nel quale si alternavano endecasillabi e settenari e che è stato poi rimaneggiato più volte da Giulio Mozzi e da me. Il risultato finale lo riscrivo qui, chi avesse voglia di conoscere tutti i passaggi può leggere qui.

La scatola dei bottoni

L’odore che conserva questa scatola
di latta, tra i bottoni, è quello stesso
che c’era in sartoria, dai nonni: piccola
sala – laboratorio – pranzo – ingresso.

Io lì in ginocchio, con la calamita,
dal pavimento chiaro di graniglia
aghi e spilli recuperavo ardita
beandomi di tanta meraviglia.

Questo odore leggero e un po’ stantìo
- fruga la mano, mescola – l’annuso
nel mare di bottoni e vado a fondo.

C’è un bottone perfetto per quel mio
abito démodé: ma sì, lo uso!
Richiudo e mi riporto in questo mondo.

Vibrisse, le cose che ci sono in casa e le “boules de neige”

Un altro esercizio poetico per Le cose che ci sono in casa.

Le boules de neige

La più bella
aveva un ubriaco ed un lampione:
fermo il lampione, incerto l’ubriaco
dondolava all’arrivo della neve
tenendo in una mano, assurdamente,
un filo con in cima un palloncino.
Si è rotta, ha perso l’acqua, non sappiamo
come sia capitato. Sono fermi
l’ubriaco, il suo tempo, il palloncino.

L’étagère (vibrisse, Le cose che ci sono in casa)

È iniziato da qualche giorno, su vibrisse,  il gioco poetico Le cose che ci sono in casaAnche questa volta, come l’anno scorso con Le lodi del corpo maschile, Giulio Mozzi ha voluto coinvolgermi (bontà sua) nell’avventura.

Questo, intanto,  è un mio contributo al gioco, le cui regole sono qui:

È un mobile minuscolo, étagère
con soli tre ripiani,
anni trenta/quaranta.
Era già in casa quando sono nata
e mi hanno detto che te la portavi
ovunque andavi
anche nella città dove dovevi
sentirti un’étrangère,
la piccola étagère.
Poi l’ho tenuta io e l’ho portata
con me in tutte le case di passaggio
ma all’ultimo
l’ho lasciata dov’eri
e dove ci hai lasciati,
forse per ritrovarla
le volte che ritorno.

 

Le cose che ci sono in casa / Un gioco poetico

Alessandra Celano:

un nuovo gioco poetico con vibrisse

Originally posted on vibrisse, bollettino:

giovanna_melliconi

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Mancano tre giorni

Originally posted on vibrisse, bollettino:

Mancano tre giorni all'avvio del nuovo gioco poetico in vibrisse

Mancano tre giorni all’avvio del nuovo gioco poetico in vibrisse

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Un anagramma in festa

Questo blog è nato il 2 giugno di tre anni fa.
Un anagramma autoreferenziale lo festeggia, rimarcando lo stupore suscitato dalla nascita dell’ennesimo blog, di cui nessuno sentiva la necessità.

Piove sul bugnato = Ué! Blog vano stupì.

Ne approfitto per ringraziare tantissimo i lettori abituali e i lettori occasionali, i commentatori, gli iscritti, gli incoraggiatori, gli spingitori (è sempre un piacere citare Corrado Guzzanti).

 

Tutto minuscolo

Una minuscola sciarada e un minuscolo anagramma per un minuscolo componimento, pieno di disorientamento.

Evado
e vado
a… Dove?

Doppia sciara dell’ozio

Due sciare (o sciarade-haiku) dell’ozio. Stavolta, però, le considero parti di un componimento unico.
Le soluzioni sono in fondo, come sempre.

Ci tiene insieme
questo non fare nulla
e ci rapisce.

È qualcosa che ci unisce
e rischiara
come un conforto.

.
.
.
.
.
.
.
.
.

1. e, stasi, estasi
2. con, solare, consolare

Endecasillabi per Guernica, con qualche sinchisi

 

Con questi endecasillabi ho partecipato all’ultimo gioco lanciato da diconodioggi  su pagina99, dedicato a Guernica, bombardata il 26 aprile 1937.
“… L’omonimo famosissimo dipinto di Picasso (conservato a Madrid) è un esempio della figura retorica detta sìnchisi, dove l’ordine degli elementi è sconvolto. L’invito di questa settimana è a raccontare lo sconvolgimento di Guernica in non più di 800 caratteri.”
Mi sono voluta cimentare con la sinchisi.

 Guernica1937

D’aprile era del trentasette un giorno.
Splendeva il sole alto, alla pelota
giocavano bambini tutt’intorno

dell’alta chiesa ai muri, quando immota
percorsa l’aria fu da un rombo nero
dal cielo delle macchine in picchiata

e vento fu improvviso sul leggero
e della vita trasmutare lento
e fu orrore, e la morte. Uno straniero

ingiusto oltraggio portò lo spavento
di bombe, di mitraglia. Poi il silenzio,
poi il pianto, le macerie, il fumo, il vento.


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